FALCK

Lo sguardo posa e ri-posa ovunque, non conosce tregua neppure in sonno: quell'immenso nero, che poi nero assoluto non è, ma “non-luogo-fisico” nel quale troppi fantasmi popolano, per effetto del residuo visivo, lo spazio del sognatore: memoria senza tempo, immaginazione, scevri dal controllo e da qualsiasi condizionamento del super-io.

 

Credo che il compito del fotografo sia quello di avere incubi ad occhi aperti; il flusso di immagini prodotte rivela ad altri lo sguardo, unico punto di vista incolpevole, come diceva Luigi Ghirri, sul mondo. Un punto di vista così fragile e proditorio dal quale affiorano una etica senza morale e la percezione della vita attraverso una possibile, quanto effimera, forma di rappresentazione.

 

Tutto questo porta l'artista ad intraprendere un percorso filosofico-concettuale per certi versi simile a quello operato da Kant (1) il quale giunge a negare la metafisica per affermare una legge morale de-strutturata e saldamente fenomenologica. Siamo e diventiamo, mi pare di poter dire attraverso questo rocambolesco giro di pensiero, ciò che fotografiamo.

 

Fotografare la ferriera FALCK ha per me significati profondi, inconfessabili anche a me stesso. Il luogo è troppo grande da raccontare, ma anche solo da attraversare fisicamente. Sin dal primo istante ho avuto la percezione di una totale inadeguatezza come fossi in un tempio atavico, dove finalmente riposano i Giganti: mostri meccanici di una epoca passata, e forse neanche terrena, che guardano austeri e chiedono, con gentilezza, di essere celebrati.

 

Il corpo-luogo che mi si presentava intorno era ostile, cangiante, in bilico tra luce e morte, necessità del ricordo e di dimenticanza, dolore. A tale stato d'animo però seguiva uno stato ipnotico che conduceva, di stanza in stanza, di volume in volume, in luoghi della mente: ossessioni, prigioni, fatica, violenza, sesso pornografico e poi ancora vita. Scatto dopo scatto, le emozioni affioravano contrastanti e senza alcuna direzione, fino allo sfinimento ed alla voglia di fuggire per trovare aria pura da respirare.

 

Quell'abisso così profondo ha pochi eguali, non posso non ricordare il Berghain di Berlino, e forse tutto parte da quell'indicibile inferno-paradiso che ci portiamo dentro.

 

Saverio Corti

(Milano, 7 novembre 2015)

 

 

 

(1) “Critica alla ragion pura” (1781) e “Critica alla ragion pratica” (1788) di Immanuel Kant